Alessitimia e competenze genitoriali

Nel 1949 MacLean aveva notato come molti dei suoi pazienti con disturbi psicosomatici mostrassero una marcata incapacità ad esprimere verbalmente le proprie emozioni. Secondo questo studioso i conseguenti cambiamenti fisiologici alla fine potevano causare malattie di tipo somatico.

I soggetti alessitimici sono incapaci di riconoscere i motivi che li spingono ad esprimere determinate emozioni e hanno una tendenza alla manifestazione somatica delle emozioni (McLean 1949).

Nel 1963, gli psicoanalisti francesi Marty e de M’Uzan descrissero la loro esperienza clinica con un’ampia varietà di pazienti affetti da malattie di tipo organico. Gli autori riferirono che molti dei loro pazienti erano incapaci di produrre fantasie e mostravano un eloquio caratterizzato da una scarsa e banale capacità associativa. Riportavano inoltre in terapia una serie di esperienze prive di contenuti immaginativi e fortemente legate ad aspetti pratici e contestuali. Marty e de M’Uzan definirono tale forma di pensiero pensée opératoire (pensiero operatorio).

Agli inizi degli anni Sessanta, John Nemiah e Peter Sifneos , ignari del lavoro degli autori francesi sopra citati, cominciarono a studiare sistematicamente lo stile comunicativo dei pazienti psicosomatici. Inizialmente analizzarono le trascrizioni letterali dei colloqui psichiatrici di venti pazienti che avevano precedenti di malattie psicosomatiche classiche. (Nemiah e Sifneos, 1970). I colloqui venivano condotti in modo da stimolare la libera associazione e la produzione fantastica. La maggioranza dei pazienti mostrò <<una chiara difficoltà a esprimere o descrivere verbalmente i loro sentimenti e un’assenza o una sorprendente diminuzione della fantasia>>.

Nel 1973 Sifneos coniò il termine alessitimia, dal greco “a” (mancanza), “lexis” (parola), “thymos” (emozione), per denominare le caratteristiche affettive, ma anche cognitive, che caratterizzavano i suoi pazienti che soffrivano di disturbi psicosomatici.

Gli individui alessitimici, mostrano una sorprendente difficoltà a riconoscere e descrivere i loro sentimenti e a discriminare tra stati emotivi e sensazioni corporee; a volte hanno esplosioni di collera e di pianto, ma quando vengono interrogati al riguardo sono incapaci di elaborare ulteriormente quello che provano. Essi tendono ad utilizzare l’azione per esprimere emozioni o per evitare conflitti e sperimentano povertà di sogni e fantasia. Il funzionamento emotivo e la vita psichica interna così ridotti sono rivelati spesso dalla rigidità posturale e dalla mancanza di movimenti espressivi del volto. 

Il costrutto dell’alessitimia venne però definito operativamente solo a seguito della XI Conferenza Europea sulle Ricerche Psicosomatiche, che si è svolta ad Heidelberg nel 1976 (Brautigam e von Rad, 1977). In tal sede l’alessitimia venne descritta come un costrutto clinico che si riferisce ad uno stile cognitivo-affettivo  caratterizzato da una difficoltà nell’esprimere verbalmente le emozioni, un deficit nella capacità di identificare e descrivere i propri sentimenti e nel discriminare tra stati emotivi e sensazioni corporee (Nemiah e Sifneos, 1970; Sifneos, 1972; 1973). Le persone alessitimiche sono incapaci di riconoscere i motivi che spingono ad esprimere determinate emozioni, hanno una tendenza ad esprimerle in maniera somatica, mostrano difficoltà a mettersi nei panni degli altri e sperimentano scarse capacità empatiche (Goleman, 1995). Benché il concetto all’inizio abbia suscitato notevoli controversie, gradualmente ha interessato un gran numero di clinici, teorici e ricercatori di ogni parte del mondo.

La conferenza di Heidelberg stimolò numerosi gruppi di ricerca allo studio di tale costrutto e alla validazione e costruzione di numerosi strumenti volti alla sue misurazione. Attualmente gli aspetti centrali del costrutto alessitimico sono i seguenti:

  1. la difficoltà, da parte della persona, di identificare le emozioni e di distinguere tra emozioni e sensazioni corporee dovute all’attivazione emozionale;
  2. la difficoltà di descrivere i propri sentimenti alle altre persone;
  3. uno stile cognitivo orientato esternamente (Taylor, 1994).

Numerose altre peculiarità sono state associate al costrutto alessitimico: ad esempio una tendenza al conformismo sociale, una predisposizione all’azione rispetto all’introspezione, una postura rigida e una povertà nell’espressione facciale delle emozioni, un mancato ricordo dei propri sogni, una ridotta capacità empatica. 

Diversi autori sono concordi nell’affermare che l’alessitimia è un costrutto multidimensionale, cioè un tratto di personalità distribuito in modo normale della popolazione generale (Taylor, Bagby e Parker, 1997), composto da aspetti tra loro concettualmente distinti, ma logicamente connessi.

Dagli inizi degli anni Novanta, oltre alla classica associazione con i disturbi di natura psicosomatica, diversi autori hanno concentrato la loro attenzione su numerosi campioni clinici, quali ad esempio soggetti con varie forme di dipendenza, con disturbi del comportamento alimentare, dell’umore, della condotta sessuale, di personalità e con patologie organiche di diversa natura (Taylor, Bagby e Parker, 1997). 

Poiché l’aspetto centrale del costrutto alessitimico risiede nella capacità di regolare e comunicare agli altri le proprie emozioni, è ovvio come tale tratto di personalità rappresenti un fattore di rischio non solo per un’ampia classe di disordini di natura psicologica e medica, ma che possa interessare anche contesti più ampi, come la psicologia della salute, la psicologia del lavoro e delle organizzazioni, l’ambito scolastico e professionale e avere dirette ricadute anche e soprattutto nel versante socio-emotivo.

Le persone alessitimiche manifestano un disturbo nella regolazione emotiva interpersonale: mostrano estrema difficoltà nella comunicazione verbale del proprio disagio emotivo e dei propri stati affettivi, non riescono ad usare le altre persone come fonti di conforto, rassicurazione, sostegno, nel governo delle emozioni e delle situazioni ansiogene.

La rilevanza del costrutto di alessitimia rispetto alle capacità genitoriali è fondamentale in quanto permette di svolgere in maniera adeguata ruoli, funzioni e responsabilità genitoriali. Un’abilità fondamentale per un adeguato funzionamento individuale e interpersonale è la confidenza con il proprio mondo interno consentita dalle capacità di mentalizzazione (Bateman, Fonagy, 2006) e/o di metacognizione, due processi strettamente correlati all’essere in grado di riconoscere e pensare i propri stati interni e alla capacità di identificare, riconoscere ed esprimere le emozioni. L’alessitimia è un deficit in questa abilità che ostacola la persona nel governare il proprio comportamento alla luce di una consapevolezza ampia e articolata delle proprie emozioni, dei propri pensieri e dei propri bisogni (deficit di monitoraggio metacognitivo e delle funzioni di mentalizzazione). L’esito più immediatamente evidente a livello relazionale è la difficoltà nella comunicazione dei propri stati interni, spesso accompagnata da un deficit empatico (nel riconoscimento del mondo interno dell’altro: emozioni, pensieri, bisogni) che nasce primariamente da questo “deficit di empatia verso se stessi”.

Essere un genitore competente a svolgere le funzioni genitoriali fondamentali a garantire lo sviluppo armonico della personalità del figlio richiede una serie di caratteristiche di personalità e capacità che rendono possibile lo svolgimento di compiti specifici e l’assunzione di ruoli definiti all’interno di una “responsabilità genitoriale consapevole”. La capacità genitoriale rappresenta il risultato della contestualizzazione, della traduzione in concreto, del passaggio dal generico allo specifico, ossia da “adatto a fare il genitore” a “capace di fare il genitore di quel figlio in quel contesto”. L’alessitimia esprime un funzionamento dell’Io che può esitare in carenze dal punto di vista della funzione genitoriale. 

Un funzionamento alessitimico del genitore può incidere sulla sua capacità di fornire al figlio gli strumenti cognitivi, affettivi, relazionali e identificativi fondamentali per lo sviluppo della personalità. Infatti, il genitore alessitimico, non intenzionalmente può “trasmettere” alessitimia al figlio. In tal modo emerge palesemente la natura non solo individuale e intrapsichica del funzionamento alessitimico, ma anche la sua caratterizzazione come dimensione relazionale e interpersonale per l’impatto determinante che ha sull’adeguatezza genitoriale in termini di caregiving.

Articolo a cura del Dott. Samuele Russo 

Studio di Psicologia Clinica e Pediatrica - Dott. Samuele Russo - Via A. Gandusio, 40 - Roma - 00168 Psicologo –  Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana – Sez. A n° 8596 – p.Iva 05679800879 Copyright 2021