Effetti del trauma sul bambino

La stabilità e la prevedibilità dell’ambiente permettono al bambino di elaborare modalità e strategie per fronteggiare le situazioni, costruendo un senso di autoefficacia e di sicurezza. Le figure di riferimento primarie dovranno essere in grado di di offrirgli la cura e la protezione di cui necessita. Se questo non avviene, ad esempio in quei contesti violenti, abusanti, gravemente trascuranti, può accadere che il bambino sperimenti sensazioni di angoscia soverchiante e ingestibile. 

Infatti, in questo tipo di ambienti le figure di accudimento, che dovrebbero essere fonte di conforto e di protezione, sono anche fonte di una paura imprevedibile, quella che viene definita “paura senza sbocco”, che gli impedisce di elaborare le esperienze in maniera coerente e di acquisire la capacità di modulare emozioni e comportamenti, portando il bambino a sviluppare una disorganizzazione dell’attaccamento.

Quando il bambino vive una condizione di spavento e di angoscia, sarà necessario aiutarlo a passare ad una condizione di sicurezza.

Per fare questo è necessario fornire non solo affetto e cura, ma anche, dopo aver compreso quali siano le esperienze traumatiche che ha vissuto o che magari ancora sta sperimentando, la possibilità di rielaborarle, facendo in modo che sviluppi la capacità di interpretare e di rispondere appropriatamente alle situazioni e agli stimoli.

Il ruolo del cervello nel trauma

La parte più arcaica del cervello è quella che viene definita rettiliana, deputata al controllo delle funzioni vitali, come la respirazione e la digestione. Questa parte è quella già matura sin dalla nascita poiché è essenziale alla sopravvivenza. 

Nei primi mesi di vita la corteccia visiva completa il suo sviluppo, per cui il campo d’osservazione aumenta e le immagini divengono più nitide. Il numero di neuroni nel cervello si accresce dall’età gestazionale fino ai quattro anni, epoca in cui si moltiplicano le sinapsi, che sono le connessioni tra una cellula nervosa e l’altra.

Il pensiero, i processi di apprendimento, il ragionamento, la memorizzazione avvengono a livello neurologico attraverso la creazione di nuovi neuroni, di nuove sinapsi e attraverso l’integrazione tra le sinapsi e le informazioni che custodiscono.

Lo scambio comunicativo sinaptico avviene tramite sostanze chimiche chiamate “neurotrasmettitori”. I neuroni continuano ad aumentare di numero, anche se meno velocemente rispetto ai primi mesi, fino a 11 anni circa per le femmine e 12 anni e mezzo per i maschi, età in cui comincia anche un grande processo di “potatura” di neuroni e sinapsi (pruning) che raggiunge il suo acme in adolescenza, mentre si completa la mielinizzazione, cioè i prolungamenti delle cellule nervose (assoni) che si connettono con altri neuroni si rivestono di una guaina (mielina) che aumenta la velocità di trasmissione delle informazioni.

Il pruning è stabilito geneticamente ed è finalizzato all’eliminazione delle informazioni superflue, cioè quelle che non vengono confermate ripetutamente dall’esperienza, e alla selezione e conservazione delle informazioni importanti, più utilizzate e verso le quali si dirige l’attenzione.

Dai tre ai cinque anni la corteccia prefrontale, deputata alla regolazione dell’attività cognitiva e comportamentale, inizia la sua maturazione fino ai 22-24 anni circa. La corteccia prefrontale controlla le cosiddette “funzioni esecutive”, come la pianificazione dei comportamenti orientati verso uno scopo, la concentrazione, la soppressione di comportamenti inappropriati, la capacità di problem solving, la manipolazione delle informazioni online per effettuare operazioni cognitive complesse (working memory), la regolazione emotiva, la moralità e le abilità sociali.

La corteccia prefrontale si plasma intorno alle esperienze di vita, per cui le esperienze negative durante questa fase e, soprattutto, nei periodi critici in cui aumenta il pruning (4 e 11 anni), si selezionano e restano “impresse” nel cervello.

Il pruning, infatti, risente delle esperienze e aumenta in condizioni di stress (Siegel, 2014b). Così finisce per stabilizzare nelle mappe mnemoniche le informazioni appartenenti a memorie traumatiche, con i vissuti negativi, ed elimina le informazioni relative a eventi di vita positivi, ma poco sperimentati.

Conseguenze legate al trauma

Il trauma è un’esperienza che fa vivere al bambino un senso di insicurezza e di imprevedibilità sia del presente che del futuro. La traiettoria dello sviluppo, a causa del trauma, può essere compromessa con una conseguente presenza di danni sul funzionamento psicologico: il senso di autoefficacia, l’autostima, la capacità di regolare le emozioni, il mondo delle relazioni interpersonali.

Lo stress generato dall’esperienza traumatica può portare a sviluppare disturbi tipici come il disturbo da stress post traumatico (PTSD). Tuttavia, molti sintomi presenti nei bambini con una storia traumatica complessa, la cui caratteristica non è l’unicità del trauma, ma piuttosto la sua ripetizione cumulativa, possono non corrispondere ai criteri diagnostici per il PTSD. 

La teoria dell’attaccamento di Bowlby, definisce il trauma come “la perdita di fiducia nell’ordine e nella continuità della vita”. Tale perdita di fiducia si verifica quando si perde il senso di avere un posto sicuro dove ritirarsi, all’interno o al di fuori di sé stessi per affrontare le emozioni terrificanti.

Si è adottato il termine “trauma complesso” per descrivere l’esposizione ad esperienze traumatiche multiple, croniche e prolungate, per la maggior parte di natura interpersonale, avvenuta nella prima infanzia.

L’esposizione a tali esperienze spesso ha luogo all’interno del sistema di relazioni di cura del bambino e comprendono trascuratezza fisica, emotiva ed educazionale, così come il maltrattamento.

Il trauma complesso ha effetti pervasivi sullo sviluppo della mente e del cervello, interferisce con lo sviluppo neurobiologico e con la capacità di integrare le informazioni sensoriali, emozionali e cognitive in maniera coerente. Il sistema vagale ventrale, alla nascita, non è completamente maturo e questo può portarlo a plasmarsi a seconda delle esperienze relazionali che il bambino vive. 

Quando nel bambino sono presenti storie di trauma complesso è più corretto utilizzare la diagnosi di disturbo traumatico dello sviluppo (Developmental Trauma Disorder). I bambini con disturbo traumatico dello sviluppo tendono a entrare in stati di disregolazione di fronte a stimoli che ricordano il trauma o aspetti di esso. Spesso queste risposte disregolate tendono ad essere prodotte, in maniera estesa e generalizzata, come risposta a una vasta gamma di situazioni e stimoli simili che riattivano il trauma. 

Oltre alla disregolazione emotiva e fisiologica, i bambini con storie di trauma complesso sviluppano una visione del mondo che incorpora le loro esperienze di tradimento e dolore. Le aspettative in merito al ripresentarsi del trauma permeano tutta la vita relazionale di questi bambini, con il risultato di sviluppare convinzioni negative in merito a se stessi e agli altri, mancanza di autostima e di sentimenti di autoefficacia, perdita di fiducia nelle figure di attaccamento, con la convinzione che mai nessuno sarà in grado di fornire loro protezione e sicurezza.

L’idea, profondamente radicata in questi bambini, di non poter ricevere cura e protezione fa sì che organizzino le loro relazioni intorno all’attesa di essere nuovamente abbandonati o di diventare le vittime di un altro trauma. 

Questo fenomeno è espresso con comportamenti di eccessivo attaccamento e di sottomissione o, al contrario, tramite un atteggiamento provocatorio/oppositivo o di sfiducia. In genere, i bambini con presenza di trauma complesso, hanno la tendenza a legarsi molto alle figure con cui si relazionano (ad esempio l’educatore in una casa famiglia), ma allo stesso tempo temono di essere abbandonati, ovvero di risperimentare le stesse situazioni abbandoniche e traumatiche a cui sono stati esposti precedentemente.  Questo li porta a sviluppare modalità difensive disfunzionali, portando ad agire “prima” che ciò che temono possa realizzarsi e si convincono che sia meglio “abbandonare per non essere abbandonati”. 

Infatti, i bambini che presentano questo tipo di situazioni spesso attuano un comportamento che si può definire come “abbandono per non essere abbandonato”. Ad esempio alcuni di questi bambini nel momento in cui si presenta una situazione legata ad un distacco, come può essere la pausa estiva che divide il terapeuta dal bambino per un breve periodo di tempo prima di rivedersi, si vedrà in questi bambini nei giorni prossimi al distacco una tendenza all’aggressività, alla sfida, all’oppositività, al rifiuto di instaurare una relazione di intimità, e soprattutto, una tendenza all’espulsività. In altre parole, questi bambini adottano dei comportamenti disfunzionali, per cercare di controllare una situazione che vivono in modo imprevedibile e pertanto intollerabile. Lavorare con questo tipo di bambini implica una profonda preparazione da parte del terapeuta che non solo deve tenere sempre presenti questi aspetti, ma deve sapere cosa fare e quindi “agire in tempo”, preparando questi bambini con largo anticipo sia quando si è prossimi alla conclusione della terapia, sia quando ci si ferma (per le pause festive), e soprattutto quando sta per finire l’ora di terapia. 

È per la stessa ragione che in tutti i casi (cioè con qualsiasi bambino in trattamento) è fortemente sconsigliato interrompere una terapia senza aver prima preparato il bambino alla conclusione del percorso.  Infatti, il bambino non conoscendo le ragioni che hanno spinto il caregiver ad interrompere gli incontri, potrebbe colmare questa carenza di informazioni e vivere questa interruzione con profondi  sensi di colpa (“è stata colpa mia”, “sono un bambino cattivo”,  “neanche il mio terapeuta mi sopporta”, ecc.). È quindi sempre importante che il terapeuta possa avere la possibilità di avvisare per tempo il bambino in modo da prepararlo alla conclusione del percorso in maniera opportuna. 

Ecco allora che nei bambini con storie traumatiche di trascuratezza, di abbandono, di maltrattamento possono instaurarsi modalità relazionali disfunzionali, che protratte nel tempo si ripresentano ciclicamente nelle relazioni affettivamente più intime, fino a rappresentare una condizione attorno alla quale il bambino, oramai divenuto adulto, svilupperà le sue modalità di attaccamento e di relazione con gli altri. Spesso, questi bambini, oramai adulti, possono sviluppare una tendenza ad avere relazioni di tipo controllante e possessivo. 

La disregolazione, tipica dei bambini con storie di trauma complesso e in genere di soggetti con attaccamento disorganizzato, aumenta il rischio di sviluppare una vasta serie di patologie, tutte accomunate da deficit nella modulazione delle emozioni e dell’integrazione come: disturbi dell’umore, disturbi dissociativi, disturbi dell’alimentazione, comportamenti autodistruttivi e autolesionistici, abuso di sostanze, disturbi di personalità (in particolar modo il disturbo borderline).

L’attivazione del sistema di difesa arcaico (dorso-vagale) impedisce l’integrazione dell’evento traumatico nella memoria, causando una dissociazione. 

Durante il suo sviluppo, per fronteggiare esperienze traumatiche precoci e ripetute, il bambino deve fare continuo ricorso a tali processi dissociativi. È quindi possibile che le sue capacità di integrare e dare un significato coerente agli stimoli siano compromesse.

Questo è evidente innanzitutto nella tendenza di questi bambini a mostrarsi confusi e disorientati di fronte a stimoli che ricordano loro il trauma o che sono valutati come potenzialmente pericolosi (Van der Kolk, 2005b). 

Pertanto, è importante sostenere il bambino nell’elaborare le proprie memorie traumatiche non integrate, aiutandolo ad attribuire un significato alle sue esperienze precoci e agli effetti che questi hanno avuto sulle sue sensazioni, sui suoi comportamenti e sul suo modo di stabilire delle relazioni. 

Articolo a cura del: 
Dott. Samuele Russo – Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoterapeuta EMDR, specialista in Psicologia Pediatrica

Bibliografia:

  • Anna Rita Verardo, “Riparare il trauma infantile. Manuale teorico-clinico d’integrazione tra sistemi motivazionali e EMDR”, Fioriti Editore, Roma, 2020. 

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