Gestire le emozioni

Le emozioni sono spesso definite come uno stato complesso di sentimenti che si traducono in cambiamenti fisici e psicologici che influenzano il pensiero e il comportamento.  La loro funzione è legata alla sopravvivenza: permettono di valutare una situazione e di reagire in modo adeguato. (Lavina Barone). 

Quindi le emozioni si manifestano su più livelli differenti: psicologico, comportamentale e fisiologico. Quando ci si emoziona le pulsazioni aumentano o si arrossisce o si suda, la propria lucidità mentale e il proprio autocontrollo si riducono e si è indotti ad assumere comportamenti automatici, parzialmente o pienamente inconsci.

Le emozioni si distinguono in fondamentali o complesse. Le prime, dette anche emozioni primarie, si manifestano nel primo periodo della vita umana e accomunano l’uomo a molte altre specie animali. Esse sono:

1. Paura, determinata dalla presenza di un pericolo o da una minaccia;

2. Disgusto, reazione nei confronti di sostanze o oggetti potenzialmente nocivi;

3. Gioia, determinata dal raggiungimento di uno scopo;

4. Tristezza, determinata da una perdita o da uno scopo non raggiunto;

5. Rabbia, generata dalla frustrazione, si manifesta attraverso l’aggressività;

6. Sorpresa, determinata da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia.

Alcuni studiosi aggiungono a questi anche “l’aspettativa” e “l’accettazione”.

Le emozioni secondarie (complesse) derivano dalla combinazione delle primarie e si apprendono o sviluppano con la crescita dell’individuo e l’interazione sociale. 

Esse sono: l’invidia, l’allegria, la vergogna, l’ansia, la rassegnazione, la gelosia, la speranza, il perdono, l’offesa, la nostalgia, il rimorso, la delusione

Le emozioni hanno funzioni diverse e importanti: oltre a rendere più efficace la reazione dell’individuo ai fini della sopravvivenza,  esse favoriscono anche la comunicazione sociale, la comprensione dei propri cambiamenti psicofisici, rendono consapevoli gli individui dei propri bisogni e dei propri obiettivi e fanno apprendere da eventi e situazioni. 

Le emozioni sono delle esperienze generatrici di schemi comportamentali che  consentono di rapportarsi alla realtà in modo semplice e spesso immediato, senza dover troppo riflettere sulle cose. Esse aiutano ad orientarsi piuttosto bene in un mondo caotico con un dispendio minimo di energie. Le emozioni rappresentano il modo in cui ogni persona sente e vive l’esperienza delle cose.

Le emozioni sono dotate di una forza dirompente che può ostacolare nel raggiungimento dei propri obiettivi, per esempio paralizzando la capacità di agire o di decidere lucidamente. 

Se adeguatamente gestite, possono però regalare una marcia in più aiutando a comunicare efficacemente, a saper automotivare e a reagire meglio agli stimoli provenienti dall’ambiente.

“… Ovviamente nessun percorso è una risposta al problema. Ma data la crisi che i bambini si trovano a fronteggiare, e data la speranza alimentata dai percorsi di alfabetizzazione emozionale, non dovremmo, ora più che mai, insegnare ad ogni bambino queste abilità, che sono essenziali per la vita? E se non ora, quando? ” 

(Goleman, 1996) 

È importante che i bambini imparino ad autoregolare le proprie emozioni.

Da un’inchiesta sulla competenza emotiva effettuata su scala mondiale (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2007)  è stato riportato come la generazione attuale di bambini sia portatrice di più problemi emotivi rispetto alla precedente. Questi problemi, nello specifico, risultano essere: solitudine, malinconia, maggiore inclinazione all’aggressività, discontrollo della rabbia e parallelamente alla pubblicazione di questi dati sono cresciute le problematiche relative a bullismo e cyberbullismo, anche in Italia, tanto da portare ad una legge che tutelasse le vittime di quest’ultimo. Si tratta di problematiche strettamente legate all’empatia e alla regolazione delle emozioni negative.

La regolazione delle emozioni,  riveste un ruolo fondamentale anche nel sostegno dell’apprendimento del bambino, nonostante spesso questo aspetto venga sottovalutato. Infatti, i bambini che sanno gestire l’ansia e sanno massimizzare l’esperienza delle emozioni positive apprendono meglio. 

Promuovere la competenza emotiva favorisce: 

• Il corretto sviluppo di processi cognitivi fondamentali per il rendimento scolastico come l’attenzione e la memoria; 

• L’apprendimento di social skills, fra cui il decision making e il problem solving, importante per il successo sociale e scolastico. 

L’Educazione Razionale-Emotiva (ERE) è un percorso psicoeducativo che tende a fare acquisire al bambino la capacità di conoscere e di gestire in modo appropriato le proprie emozioni e i propri stati d’animo  per far apprendere al bambino la competenza emotiva.

La denominazione razionale – emotiva, pur sembrando un ossimoro riflette accuratamente il modello di interdipendenza che si genera tra la mente e le emozioni: il modo di pensare alle cose o agli eventi,  influenza le emozioni provate e il modo in cui si reagisce. 

L’educazione razionale-emotiva punta ad insegnare al bambino a mettere la mente al servizio delle emozioni che prova e ciò implica lo sviluppo di una competenza metacognitiva. 

L’educazione razionale-emotiva si articola in quattro fasi:

– Nella prima fase il bambino impara a riconoscere una emozione;

– Nella seconda impara a riconoscere quali sono i contenuti mentali che influenzano queste emozioni; 

– Nella terza impara ad operare una trasformazione di questi contenuti arrivando al superamento di quei pensieri che sono nocivi e dannosi, che portano ad emozioni controproducenti;

– Nella quarta e ultima fase, il bambino si allena a mettere in pratica nella vita di ogni giorno questa procedura. 

Parlare di emozioni al bambino non è sufficiente, occorre infatti aiutarlo a capire che esse sono influenzate  dal proprio pensiero. Apprendere a gestire questi pensieri significa quindi apprendere ad autoregolare i processi emotivi per la prevenzione e il superamento del disagio psicologico dei bambini. 

L’educazione razionale-emotiva mira a fare acquisire competenza sull’autoregolazione favorendo il processo di autonomia nel bambino.

Il suo principale scopo è quello di far sviluppare consapevolezza e responsabilità. Ciò porta a comprendere che non è la situazione di per sé ad essere nociva e a causare sofferenza, ma è il modo in cui la si vive e il significato che si attribuisce ad essa.

Tutto questo deve avvenire all’interno di un contesto ludico, poiché attraverso il gioco il bambino mette in atto le proprie dinamiche sociali, emotive e cognitive che gli permettono di apprendere attraverso attività esperenziali con una partecipazione attiva, supportata dallo psicologo che gestisce le dinamiche di gruppo, assumendo il ruolo di facilitatore. 

Articolo curato da:
Dott. Samuele Russo – Psicologo, specialista in Psicologia Pediatrica

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Psicologo –  Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana – Sez. A n° 8596 – p.Iva 05679800879
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