Il bambino aggressivo

Nel linguaggio quotidiano, il termine “aggressività” è utilizzato per descrivere una vasta gamma di comportamenti eterogenei. Si definisce “aggressivo” un bambino che colpisce un compagno con i pugni, ma anche un capo che alza la voce verso un subordinato davanti ai colleghi. È considerato “aggressivo” un marito che lancia un piatto durante un acceso litigio con la moglie, così come un adolescente che distrugge la play station di un coetaneo.

L’aggressione può essere descritta come un comportamento intenzionale volto a colpire verbalmente o fisicamente un’altra persona o a distruggere una proprietà.

Nei primi anni di vita, l’aggressività è spesso legata alle limitate abilità sociali dei bambini e si manifesta principalmente a livello motorio e in modo indifferenziato. Un bambino di tre anni, a cui è stato sottratto un giocattolo, può reagire con una forte scarica emotiva, esprimendosi attraverso urla, calci, morsi o pugni contro il compagno che gli ha portato via l’oggetto. Questa forma di aggressività, considerata fisiologica, tende a diminuire quando il bambino sviluppa nuove competenze relazionali, emotive e cognitive.

Durante la scuola dell’infanzia (3-6 anni), le aggressioni fisiche diventano meno frequenti poiché il bambino impara a esprimere le sue esigenze anche verbalmente, a rimandare la gratificazione e a comprendere che l’aggressività fisica non è accettata negli scambi con i coetanei. Cresce anche il sentimento di empatia, con gli adulti che forniscono chiari segnali sui comportamenti tollerabili e puniti. Tuttavia, il bambino apprende che è possibile “colpire” l’avversario con prese in giro o insulti.

Nel periodo della scuola primaria, le manifestazioni di aggressività fisica diretta diminuiscono ulteriormente, ma emergono forme aggressive strumentali, legate al desiderio di acquisire e mantenere il possesso di oggetti o posizioni nel gruppo. I bambini che persistono nell’utilizzare attacchi fisici, ora mirati a danneggiare, sono a rischio di segnalazioni per disturbi della condotta. Se il comportamento aggressivo persiste oltre gli 11-12 anni, indica che questa modalità relazionale si è stabilita come una problematica comportamentale.

Articolo curato da:

Dott. Samuele Russo – Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoterapeuta EMDR, specialista in Psicologia Pediatrica

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