Il bambino con difficoltà di linguaggio

La capacità di imparare a parlare è innata. In tutte le culture umane, lo sviluppo del linguaggio avviene attraverso diverse fasi che vanno da una comunicazione basata sull’espressione del volto, al pianto, ai gesti. L’utilizzo del linguaggio attraverso le parole è l’ultima tappa. Per arrivarci occorre esercitare le abilità pre-linguistiche. Molti bambini imparano una lingua semplicemente ascoltandola dalle persone che li circondano. Tuttavia, in alcuni bambini che presentano un ritardo o un disturbo del linguaggio questo processo non è automatizzato e sono necessarie attività di recupero e di potenziamento linguistico.

Lo sviluppo del linguaggio è fortemente influenzato sia dai fattori biologici che dai fattori ambientali. Infatti, una maggiore o minore stimolazione in ambito familiare, l’inserimento precoce a scuola, la presenza di fratelli o sorelle, il livello culturale dei genitori, incide come fattore protettivo e facilita – o rallenta – nel bambino lo sviluppo del linguaggio.

Quando la capacità di esprimersi del bambino è al di sotto del livello atteso per la sua età con molta probabilità siamo davanti ad un disturbo del linguaggio.

I disturbi del linguaggio fanno parte dei Bisogni Educativi Speciali (BES) e si dividono in due sottocategorie: 1. il ritardo semplice del linguaggio che fa riferimento alla sola articolazione, vi è quindi un normale sviluppo delle abilità lessicali e grammaticali; 2. il Disturbo Specifico del Linguaggio (DSL) nel quale sono presenti difficoltà fono-articolatorie (difficoltà di pronuncia), semantico-lessicali (avere un ristretto vocabolario) e morfo-sintattiche (difficoltà a coniugare i verbi, difficoltà nella costruzione della frase) e/o della comprensione.

La difficoltà di linguaggio è una condizione frequente in età prescolare (dai 2 ai 6 anni) e in genere è considerato un problema transitorio. Tuttavia, in molti casi queste difficoltà persistono e se non trattate in tempo possono portare a sviluppare importanti ricadute negative a cascata sulle aree degli apprendimenti. 

Lo sviluppo del linguaggio prevedere determinate fasi:

  • A 1 anno: pronuncia le prime parole; usa un gergo composto di frasi con intonazione interrogativa; il linguaggio viene frequentemente usato per commentare l’ambiente circostante; utilizza gesti o vocalizzazioni per richiamare l’attenzione; mostra oggetti e fa richieste. 

  • A 2 anni: il vocabolario aumenta con rapidità (conosce già più di 50 parole); le parole vengono combinate tra loro; è presente imitazione e ecolalia; utilizza semplici domande; usa il vocabolo “questo”; usa il proprio nome. – Segnali da attenzionare: presenza di difficoltà di comprensione di semplici comandi come “Siediti”, “Aspetta”, “Vieni qui” non accompagnati da gesti.

  • A 3 anni: il vocabolario è di circa 1.000 parole; il plurale, il passato, le preposizioni sono usate in maniera sufficientemente appropriata; scompare l’ecolalia; utilizza connettivi come: “dopo”, “allora”, “anche”, “ma”; pone molte domande all’adulto, “Perché?”. – Segnali da attenzionare: presenza di difficoltà di comprensione; assenza di linguaggio; linguaggio incomprensibile; frasi telegrafiche senza articoli, preposizioni, ad es. “mamma compra pizza me”; linguaggio a scatti; presenza sistematica di un suono per sostituire una o più parole, per es. TATO per dire gatto, dado, salto.
  • A 4 anni: utilizza frasi con strutture complesse; acquista la capacità di parlare di un argomento e di aggiungere nuove informazioni; chiede che vengano chiarite delle espressioni; adatta il livello della comunicazione all’interlocutore. – Segnali da attenzionare: la presenza di un uso scorretto di articoli, preposizioni, ecc., per es. “Metto lo gioco a posto”; uso scorretto di concordanze per es. “I bambini mangia la pizza”; persistente difficoltà fonologiche, malapropismo, ad es. cimena per cinema, babana per banana, cappa per scarpa, ecc.; assenza di abilità narrativa.

  • A 5 anni: utilizza in maniera sempre più corretta le strutture sintattiche e grammaticali; comincia a comprendere gli scherzi, il sarcasmo e l’ambiguità verbale; perfeziona l’abilità di adattare il linguaggio all’interlocutore. – Segnali da attenzionare: è presente difficoltà di comprensione; presenza di difficoltà fonologiche; difficoltà nella competenza narrativa; difficoltà a individuare e produrre le rime.

Quando un bambino presenta una difficoltà di linguaggio l’esperto dovrà accertarsi che non ci siano traumi, altri disturbi del neurosviluppo (ad es. il Disturbo dello Spettro dell’Autismo), la presenza di danni neurologici (come l’epilessia), o la presenza di un ritardo cognitivo. Altri aspetti importanti da considerare saranno la presenza di svantaggio socio-culturale o una tendenza all’isolamento, dato che il disturbo può derivare o essere aggravato dalle condizioni ambientali. Qualora fosse presente anche solo una di queste condizioni il problema andrà indagato on maniera più approfondita. 

Un altro importante aspetto riguarda l’udito, la sua igiene e l’eventuale storia pregressa di infezioni (come l’otite), sarà quindi necessario provvedere anche ad una valutazione audiologica in caso di dubbi.

L’età dei 3 anni costituisce l’età critica che separa decisamente i bambini definiti “parlatori tardivi” e i bambini con un possibile disturbo del linguaggio. Aspettare che la difficoltà scompaia magicamente è inutile e dannoso. Occorrerà contattare lo specialista che si occupa di disturbi del linguaggio, ad esempio lo psicologo pediatrico, per fare un’attenta valutazione e inquadrare bene il problema. La questione non va mai sottovalutata in quanto può condizionare fortemente la vita di relazione e gli apprendimenti scolastici.

Infine la presenza di un disturbo del linguaggio che permane dopo i 4 anni, rappresenta un segnale predittivo di un probabile Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) e l’80% dei bambini che presentano un Disturbo Specifico del Linguaggio svilupperà un DSA.

Articolo a cura del Dott. Samuele Russo 

È possibile richiedere una consulenza tramite l’area contatti.