Il bambino con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)

L’acronimo ADHD sta per Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in italiano Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività DDAI.

L’ADHD consiste in un disordine dello sviluppo neuro psichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività e incapacità a concentrarsi che si manifesta generalmente prima dei 7 anni d’età.

Si tratta di un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da sintomi ben definiti e continui come:

  • difficoltà di prestare attenzione e mantenere la concentrazione;
  • comportamenti impulsivi;
  • irrequietezza fisica.

Alcuni ambiti della vita quotidiana, come la scuola e le amicizie, sono significativamente compromesse dalla presenza di questo disturbo, che in Italia affligge circa il 2% dei bambini, soprattutto maschi.

Di ADHD non soffrono solamente i ragazzi ma anche gli adulti: oltre due terzi degli adolescenti, a cui è stato diagnosticato questo disturbo in età infantile, continua a presentare i sintomi anche in età adulta con conseguenze nella vita famigliare, di coppia e lavorativa.

Le cause dell’ADHD possono essere di natura genetica, neurobiologica e ambientale.

I principali fattori ambientali associati all’ADHD riportati nella letteratura scientifica sono i seguenti: esposizione del feto a fumo di sigaretta in gravidanza; assunzione di alcool o droga in gravidanza; ipertensione nella gestante; complicanze durante il parto; nascita pretermine; basso peso alla nascita.

Tali fattori non causano in maniera diretta questo disturbo, ma possono favorire la comparsa di alterazioni nei geni, che portano poi all’insorgenza dell’ADHD.

Le cause di natura neurobiologica che possono causare la comparsa dell’ADHD sono difetti nella struttura e nel funzionamento della parte frontale del cervello, responsabile di processi cognitivi primari come la pianificazione e l’organizzazione dei comportamenti, l’attenzione e il controllo inibitorio.

Il 72% dei bambini con ADHD presenta altre patologie psichiatriche tra cui disturbi dello spettro autistico, disturbi dell’apprendimento (nel 42% dei casi), e disturbo oppositivo provocatorio (problemi di autocontrollo, rabbia e irritazione).

La presenza di più patologie, o comorbilità, rende difficile la diagnosi di ADHD, contribuendo al suo mancato riconoscimento tempestivo. Se il disturbo non viene trattato in tempo fin dall’età pediatrica potrà assumere la forma di disturbo della condotta e in età adulta di disturbo antisociale di personalità.

A complicare la diagnosi di ADHD è poi la presenza di sintomi comuni ad altre patologie che portano ad escludere il disturbo dell’attenzione e dell’iperattività oppure a considerarlo secondario. Crescendo, gli stimoli ambientali aumentano e questo fa sì che il ragazzo affetto da ADHD ha difficoltà ad organizzarsi, manifestando quindi ansia, depressione e disturbi del sonno.

L’isolamento, l’aggressività , la rabbia e lo scarso rendimento scolastico sono solo alcune delle conseguenze di questo disturbo, a cui si può parzialmente rimediare una volta cresciuti utilizzando alcuni farmaci che tengono sotto controllo i sintomi, ma sarà necessario il prima possibile anche un intervento non-farmacologico. 

I trattamenti per l’ADHD si dividono in farmacologici e non-farmacologici. I risultati migliori si ottengono dall’utilizzo integrato dei due approcci, ma ovviamente varia da persona a persona. 

I trattamenti farmacologici sono utilizzati per curare i casi più difficili: il farmaco prescritto (solitamente metilfenidato o atomoxetina) agisce direttamente sulla funzionalità del cervello, che nel caso di un bambino è ancora in via di sviluppo. Ovviamente come tutti i farmaci possono essere presenti effetti collaterali per cui qualsiasi tipo di somministrazione deve prima essere discussa con il proprio pediatra o con il neuropsichiatra infantile. 

I trattamenti non farmacologici, invece, prediligono un approccio multimodale, che coinvolge i genitori (parent training), i bambini (child training) e gli insegnanti (teacher training). Il potenziamento cognitivo è di fondamentale importanza poiché permette di lavorare su aspetti fondamentali come l’autoregolazione, l’autocontrollo, la metacognizione e l’automonitoraggio mentre si eseguono le attività. Un’altra importante parte di training è dedicata all’allenamento delle funzioni esecutive in particolare alla capacità di inibizione, flessibilità cognitiva (shifting cognitivo), aggiornamento della memoria di lavoro (updating of working memory) e capacità di pianificazione e problem solving. 

I bambini che presentano difficoltà o deficit nell’attenzione, nella concentrazione e dell’autoregolazione del proprio comportamento spesso vanno incontro ad esperienze di fallimento che giorno, dopo giorno intaccano la loro autostima. Per questa ragione viene dedicata molta attenzione anche agli aspetti legati alle emozioni, all’autostima e alle abilità sociali. Infatti, sarebbe impensabile e deleterio implementare un potenziamento cognitivo che non tenga conto di questi fondamenti aspetti alla base della costruzione dell’identità del bambino. 

Mi occupo oramai da diverso tempo del trattamento dell’ADHD, sia come clinico che come ricercatore. Nel corso degli anni ho appurato uno specifico ed efficace protocollo sia per la valutazione che per il trattamento. 

Il trattamento dell’ADHD con metodi non-farmacologici e il lavoro sul bambino e sulla sua famiglia è fondamentale e, quando seguito con costanza e impegno, può dare risultati soddisfacenti e tangibili. 

Articolo a cura del: 
Dott. Samuele Russo – Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoterapeuta EMDR, specialista in Psicologia Pediatrica 

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