Trauma e conseguenze sul cervello

Come è stato ampiamente dimostrato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (nel Piano Azione 2013-2020), l’esposizione a eventi stressanti durante l‘infanzia è un elemento di accertato rischio per l’insorgenza di malattie mentali. 

La moderna psichiatria e la psicologia clinica considerano fondamentali per l’insorgenza della psicopatologia sia i fattori psicologici relativi al legame con la figura di attaccamento, sia eventi di vita traumatici come la perdita, il lutto, la presenza o meno di sostegno sociale.

L’attaccamento porta il bambino ad essere completamente dipendente dalla propria figura di riferimento. La qualità di questo legame esercita una fortissima influenza sul suo sviluppo. L’impatto di una mancata corrispondenza emotiva o condizioni di minaccia protratta nel tempo determinano quello che è stato definito sviluppo traumatico (G. Liotti e Farina, 2011). 

È oramai opinione condivisa fra gli addetti ai lavori che i bambini che hanno vissuto esperienze sfavorevoli in età precoce, possono sviluppare gravi disturbi psicopatologici. A dimostrazione di questo,  il prof. Vincent Felitti, tra il 1995 e il 1998, condusse un imponente studio che coinvolse oltre 17.000 soggetti. Tale studio denominato ACE (Adverse Childhood Experiences Study) ha evidenziato come le esperienze traumatiche vissute durante l’infanzia e l’adolescenza possono avere un effetto determinante sulla qualità della vita delle persone. ACE è un acronimo che può tradotto in italiano come esperienze sfavorevoli infantili (ESI), e riguardano esperienze vissute maggiormente all’interno del contesto familiare prima dei 18 anni di età. 

Le esperienze classificate come ACEs sono le seguenti:

  • abuso fisico continuativo;
  • abuso psicologico continuativo;
  • abuso sessuale;
  • presenza nel nucleo familiare di una persona dipendente da alcol o droghe;
  • presenza del nucleo familiare di una persona incriminata per un reato;
  • un membro della famiglia con disturbi mentali, gravemente depresso, ospedalizzato o suicidario;
  • presenza di una madre trattata in modo violento;
  • presenza di uno solo o nessun genitore;
  • trascuratezza fisica;
  • trascuratezza emotiva.

Trauma “T” e trauma “t”

Il concetto di trauma, pertanto, non si riferisce soltanto ai grandi eventi come le catastrofi naturali, i disastri morfogeologici, gli incidenti, le guerre, lo stupro e la tortura, ma anche ad esperienze infantili avverse, quali abuso, maltrattamento, violenza domestica, grave trascuratezza fisica ed emotiva.

Queste condizioni possono essere definite come condizione di gravi traumi relazionali. Numerosi studi hanno , infatti, dimostrato come i bambini vissuti in situazioni familiari disfunzionali manifestino livelli di ansia maggiore e maggiore frequenza di presentare un disturbo da stress post-traumatico, mentre, in adolescenza, si evidenzia l’insorgenza di comportamenti fortemente a rischio come abuso di sostanze, dipendenza da alcol, condotta antisociale, e rischio di suicidio.

Le tecniche di neuroimaging strutturale e funzionale hanno evidenziato come le esperienze infantili avverse influenzino in modo significativo lo sviluppo morfofunzionale del cervello.

Ad esempio, è stato dimostrato che gli eventi traumatici possono influenzare ed alterare la struttura anatomo-fisiologiche del cervello e produrre dimensioni ridotte dell’ippocampo nelle persone con diagnosi di disturbo da stress post-traumatico, PTSD (Pagani e Carletto, 2019). 

Nel PTSD le aree maggiormente compromesse risultano essere l’ippocampo, l’amigdala, la corteccia prefrontale mediale, l’area di Broca, l’insula, il talamo, il nucleo caudato, il cervelletto, ovvero tutte quelle strutture il cui funzionamento ottimale deriva dalla loro stessa attività integrativa. 

Ippocampo

La struttura ippocampale nei pazienti con diagnosi di PTSD o PTSD complex, presentano dimensioni ridotte rispetto alla popolazione sana. La funzione dell’ippocampo è quella di processare le memorie semantiche ed autobiografiche e di regolare emozioni come la paura. Diversi studi hanno messo in luce che la riduzione del volume dell’ippocampo è correlata a sintomi intrusivi come flashback, agli incubi notturni e ai deficit di memoria presenti nei soggetti con diagnosi di PTSD.

Amigdala

Nei pazienti traumatizzati l’amigdala presenta una maggiore attività proprio perché coinvolta nelle risposte alla paura causata da minacce esterne. E in questi soggetti, la maggior parte degli stimoli esterni viene vista come una costante minaccia e determina la condizione di perenne allerta in cui vivono. Bambini esposti ad esperienze avverse, come istituzionalizzazioni e depressione materna, presentano una significativa alterazione del volume dell’amigdala (Lupien et al., 2011).

Corteccia prefrontale

Nella corteccia prefrontale dei pazienti con PTSD, grazie agli studi di neuroimaging,  è stata evidenziata un’ipoattivazione. Questi studi hanno evidenziato come la minore attività della corteccia prefrontale influenzi la normale attività inibitoria sull’amigdala,  portando ad una mancata regolazione della risposta inibitoria da parte dei soggetti con PTSD, con la conseguenza di non riuscire a distinguere la paura e a mantenere una disregolazione delle emozioni.

Proprio l’alterazione del circuito amigdala e corteccia prefrontale (zone orbitofrontali) determina il meccanismo alla base del PTSD: in assenza del meccanismo inibitorio, l’amigdala attivata continua ad inviare messaggi d’allarme.

La corteccia orbitofrontale destra è strettamente correlata all’amigdala, alle ghiandole, ai visceri, e ricopre un ruolo essenziale nel processo decisionale degli individui quale quello del controllo degli impulsi, dell’umore e della responsabilità individuale.

Nella corteccia orbitofrontale destra è tracciata e marcata la relazione madre-bambino: attraverso la comunicazione degli emisferi destri di madre e bambino, resa possibile dallo scambio tra lato sinistro del volto della madre e lato sinistro del volto del bambino, si delinea il loro sofisticato, unico e fondamentale legame di attaccamento. 

La sincronizzazione madre-bambino dai 10 mesi ai 24 mesi determina lo sviluppo di quest’aria, che in seguito a traumi “T” o a  traumi relazionali può residuare in gravi disregolazioni emotive (Schore, 2003). 

L’abuso emotivo dei genitori e dei pari in periodi sensibili dello sviluppo nei maschi e nelle femmine è correlato a depressione e ideazione suicidaria (Kahn et al., 2015). Tale studio, grazie all’ausilio di strumenti come il neuroimaging, fornisce prove che confermano la possibilità che vi siano periodi sensibili in cui il maltrattamento espone in maniera significativa al rischio di depressione e ideazione suicidaria. Gli autori hanno dimostrato che il maltrattamento determina alterazioni della morfologia cerebrale a seconda dell’età e del tipo di abuso. 

Ad esempio, alti livelli di esposizione all’abuso verbale parentale influiscono in maniera significativa sull’integrità del fascicolo arcuato che collega l’area di Broca e di Wernicke, mentre assistere visivamente alla violenza domestica influenza l’integrità del fascicolo longitudinale inferiore che collega i sistemi visivi e limbici.

I dati della ricerca suggeriscono che il maltrattamento emotivo sia un fattore di rischio maggiore per il disturbo depressivo rispetto all’abuso fisico (Andersen et al., 2008). 

Il rischio di sviluppare un disturbo depressivo maggiore nei maschi è dato maggiormente dall’essere esposti ad abusi emotivi non verbali a 14 anni e all’abbandono emotivo a 12 anni, mentre nella popolazione femminile l’abuso emotivo tra pari all’età di 14 anni rappresenta il predittore più significativo. 

Interessante è stata la scoperta che i substrati neurali per il dolore associati al rifiuto sociale si sovrappongono ampiamente ai substrati neurali per il dolore fisico, riferibile all’attivazione dell’insula anteriore. 

Insula

L’insula è fondamentale nella regolazione del sistema nervoso autonomo e nella regolazione delle emozioni negative. La sua iperattività si evince sia nel PTSD che nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), nel disturbo d’ansia sociale e nella fobia specifica. 

Area di Broca

L’area di Broca traduce in linguaggio esperienze personali e vissuti emotivi. I pazienti con PTSD presentano enormi difficoltà a sintetizzare, significare, integrare le tracce mnestiche del trauma subito in una narrativa personale e nel contempo una difficoltà nella descrizione verbale dell’esperienza, compromettendo l’inclusione nella memoria semantica (van der Kolk, 2015). 

Quest’aria è allocata nel lobo frontale sinistro della corteccia e ha la funzione di tradurre emozioni e pensieri in parole. La sua disattivazione successiva ad un’esperienza traumatica è identica a quella di lesioni fisiche conseguenti, ad esempio, ad un ictus. In seguito ad un trauma quest’aria può completamente spegnersi. Nel 1996, Rauch et al. hanno sottolineato che l’esposizione ai racconti traumatici determina un aumento di attività significativa solo nell’emisfero destro, mentre l’area di Broca risulta completamente disattivata.

Infatti, proprio perché le persone traumatizzate hanno difficoltà a raccontare la loro esperienza, il ricordo doloroso torna con sintomi somatici, incubi o flashback. È come se questi pazienti provassero emozioni sotto forma di stati fisici piuttosto che come esperienze codificate verbalmente. 

Il lato destro e sinistro del nostro cervello registrano ed elaborano gli eventi in maniera diversa: il cervello sinistro dà un ordine al ricordo, ricorda i fatti; il cervello destro, invece, ne sedimenta i suoni, gli odori, le emozioni, i volti e le voci. 

Pertanto, la disattivazione del cervello sinistro, successiva al trauma, ne compromette la capacità di organizzare in sequenze l’esperienza, mentre l’attivazione del cervello destro determinata da un trigger esterno uditivo, olfattivo, tattile riporta la persona al passato, ma come se il passato fosse ancora presente. 

Talamo 

Questa parte del cervello rappresenta la stazione di arrivo delle informazioni esterne afferenti dagli organi sensoriali e che, successivamente a una prima sommaria valutazione, vengono trasmesse a diverse aree della corteccia cerebrale e del sistema limbico. 

Nei soggetti con PTSD si evidenzia una significativa disattivazione del talamo. Nello specifico, tutte le sensazioni provenienti da occhi, naso, pelle e orecchie arrivano al talamo che funge da prima stazione di analisi. Successivamente il talamo invia queste informazioni sensoriali in alto, verso i lobi frontali (“la via lunga”), dove raggiungono la consapevolezza cosciente, e contemporaneamente in basso verso l’amigdala (“la via breve”, più rapida). 

Proprio per questa minore manciata di millisecondi, l’amigdala può elaborare l’informazione del talamo più velocemente dei lobi frontali e quindi valutarne la minaccia prima che vi sia la consapevolezza.

Nelle situazioni in cui, infatti, vi è una minaccia per la sopravvivenza, l’amigdala, innescando il rilascio degli ormoni dello stress cortisolo e adrenalina, sollecita il sistema nervoso autonomo a organizzare una risposta di tutto il corpo ancor prima di esserne consapevoli. In questo modo,  le informazioni senso percettive uditive, tattili, visive, olfattive vengono immagazzinate in reti neurali isolate, dissociate e cristallizzate al tempo del trauma. 

Il collasso del talamo, che non può fungere da filtro delle informazioni sensoriali, determina nel cervello traumatizzato un sovraccarico sensoriale costante e la percezione che quella condizione “sarà per sempre”. 

Cervelletto

Il cervelletto rappresenta un’importante area associativa, essendo interconnesso con la corteccia prefrontale, le aree limbiche e il tronco celebrale. È responsabile del controllo motorio, dell’equilibrio e del movimento volontario. Recenti studi hanno sottolineato il suo coinvolgimento nelle attività superiori come l’attenzione, l’elaborazione sensoriale e l’elaborazione delle emozioni. I pazienti che hanno avuto una storia personale di esperienze traumatiche precoci presentano significative variazioni volumetriche. 

L’efficacia clinica dell’EMDR

Il modello teorico alla base delle procedure dell’EMDR è il modello AIP ovvero elaborazione adattiva delle informazioni (Adaptive Information Processing – Shapiro, 2004), che postula come i ricordi relativi a eventi traumatici, immagazzinati in maniera disadattiva, siano alla base della psicopatologia clinica. 

L’effetto del trauma, infatti determina una mancata memorizzazione dell’esperienza nelle reti neurali associate all’evento, disregolando l’innato sistema di elaborazione delle informazioni. Questa mancata integrazione delle informazioni riferite all’accaduto, determina la memorizzazione dell’esperienza in una rete neurale isolata, cristallizzata, e per tale ragione gli stimoli dell’evento non integrato ne elicitano nell’individuo risposte di tipo somatico, emotivo e cognitivo. 

L’obiettivo principale della terapia EMDR è di favorire la desensibilizzazione e l’elaborazione delle esperienze memorizzate in modo disfunzionale, così da poterne facilitare l’integrazione e i processi di consolidamento della memoria (Shapiro, 2013). 

Diversi studi e molteplici pubblicazioni scientifiche condotte negli ultimi vent’anni hanno evidenziato l’efficacia dell’EMDR nella cura del trauma psicologico, inserendolo nelle linee guida come trattamento evidence based.

Infatti, la terapia EMDR risulta essere il trattamento elettivo per il PTSD, e nel 2000 è stata inserita nelle linee guida dell’International Society for Traumatic Stress Studies, mentre nel 2004 è stata riconosciuta nelle linee guida per la pratica clinica dall’American Psychiatric Association. 

Molte pubblicazioni scientifiche e circa 30 studi randomizzati controllati testimoniano l’efficacia dell’EMDR nel PTSD, non solo negli adulti ma anche in bambini e adolescenti (Wilson et al., 2018). 

Nel 2013 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha decretato l’EMDR come terapia elettiva per il trattamento del disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

L’EMDR è un trattamento consigliato anche nei disturbi depressivi, nel disturbo d’ansia e nel disturbo di panico.

Diversi studi hanno evidenziato come l’utilizzo dei movimenti oculari e della stimolazione bilaterale alternata, associati alla focalizzazione sull’immagine disturbante (dual focus), determinino cambiamenti a livello fisiologico e cognitivo, come la diminuzione della frequenza cardiaca (Sondergaard e Elofsson, 2008), la diminuzione dell’intensità emotiva del ricordo (Gunter e Bodner, 2008), il blocco della noradrenalina, neurotrasmettitore dello stress prodotto dall’amigdala (Little et al., 2017), l’aumento di connessione interemisferica (Propper, 2017).

Articolo a cura del: 
Dott. Samuele Russo – Psicologo, Psicoterapeuta, Psicoterapeuta EMDR, specialista in Psicologia Pediatrica

Bibliografia:

  • L. Musella, “Evoluzione dell’EMDR. Da tecnica ad approccio terapeutico”, Hogrefe Editore, Firenze, 2022. 

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